

Di uomini che rispondono, nel calcio di paese, ce ne sono pochi; di quelli che rispondono così, ancora meno. Velio Benvenuti, allenatore dello Sporting Club Vallesavio, ha ricevuto le nostre sette domande sul mestiere della panchina e ci ha restituito tre pagine fitte, scritte di suo pugno, senza saltarne una: ab ovo, dal dirigente che fu al tecnico che è. Nel nostro archivio compare come direttore sportivo del Vallesavio nel 2021/22 e nel 2022/23, poi sulla panchina dal 2025/26, chiuso al decimo posto su dodici con diciotto punti; quest'estate la società lo ha confermato insieme a tutto il suo staff. Le risposte sono arrivate prima del derby di coppa con l'Alfero e le riportiamo per intero, corrette soltanto in qualche refuso. Gli diciamo grazie già qui, e non per cortesia: per la serietà con cui ha trattato noi e, attraverso noi, la gente che va a vederlo la domenica.
Da direttore sportivo ad allenatore: com'è cambiato il Suo sguardo sulla squadra? Che cosa capisce, di una società, un allenatore che è stato anche dirigente?
«Il mio percorso da direttore sportivo mi ha permesso di conoscere a fondo le dinamiche che ruotano attorno a una società, andando oltre la sola prima squadra. Ho imparato a comprendere quanto siano importanti l'organizzazione, il lavoro di gruppo e la gestione delle diverse personalità che compongono un ambiente calcistico. Credo però che l'esperienza che mi abbia arricchito maggiormente sia stata quella dei 13 anni trascorsi ad allenare nei settori giovanili di diverse società del nostro comprensorio, tra cui il Forlì Calcio, nella categoria Esordienti, e il Forlimpopoli Calcio, con Esordienti e Giovanissimi. Queste esperienze mi hanno insegnato a conoscere i ragazzi, a valorizzare le loro caratteristiche e a capire che ogni gruppo ha le proprie esigenze. Oggi, da allenatore, cerco di mettere a frutto tutto questo: non guardo soltanto ai giocatori e ai risultati, ma anche alla società che li circonda, alle persone che ci lavorano e al percorso che possiamo costruire insieme.»
Tredici anni nei settori giovanili, dice lui: stagioni che il nostro archivio, fermo alle prime squadre, non vede. Si capisce però da dove venga quel modo di guardare la squadra intera, magazzinieri compresi: chi ha insegnato il giuoco ai burdèl non dimentica più che un pallone, prima di rotolare, qualcuno deve averlo gonfiato.
Con Lei è stato confermato anche il Suo staff. Quanto conta, per un allenatore dei dilettanti, avere intorno le stesse persone da una stagione all'altra, e come vi dividete il lavoro durante la settimana?
«La conferma in blocco del mio staff è stata una condizione che ho posto alla Società per proseguire il mio incarico. Sono persone di cui mi fido ciecamente, con le quali ho condiviso tutte le difficoltà della scorsa stagione e che conosco ormai molto bene. Ripartire con loro significa avere una base solida, un gruppo affiatato e la consapevolezza di poter affrontare insieme i problemi che inevitabilmente si presenteranno durante il campionato. Ho chiesto inoltre alla Società di inserire nell'organigramma un direttore sportivo con esperienza nelle prime squadre, al quale ho affidato il compito di individuare i giocatori necessari per completare la rosa nei vari ruoli. Devo riconoscere che il direttore sportivo, Marco Manucci, ha svolto un lavoro eccellente. Per quanto riguarda la settimana, credo che la cosa fondamentale sia il confronto continuo e la condivisione delle responsabilità. Ognuno ha il proprio compito, ma le decisioni vengono prese insieme, mettendo a disposizione le competenze e l'esperienza di tutti. Nel calcio dilettantistico, dove spesso si lavora con risorse limitate e tante difficoltà, avere uno staff unito e persone su cui poter contare fa davvero la differenza.»
Una condizione posta alla società, non una preghiera: è il linguaggio di chi la scrivania l'ha conosciuta dall'altra parte. E un merito pubblico al suo direttore sportivo, cosa più rara di un gol in rovesciata. Lo staff, ce lo aveva comunicato la società il 22 settembre, è lo stesso dell'anno scorso: Romano Manucci vice, Andrea Manucci alla preparazione atletica, Stefano Mosconi ai portieri.
Il nostro archivio dice che, nelle ultime tre estati, le nostre squadre hanno cambiato allenatore tredici volte su diciannove. Senza entrare in nessun caso particolare: com'è, per chi fa questo mestiere, sapere che la panchina è un posto che si può lasciare in ogni momento? E che cosa rende solido il rapporto fra un allenatore e la sua società?
«Purtroppo, nel calcio le cose funzionano spesso così: è più facile cambiare allenatore che un'intera squadra. Questo porta chi svolge il nostro mestiere a cercare di dare sempre il massimo, pur sapendo che, a volte, non è sufficiente. Basta che una parte del gruppo non condivida più le idee del Mister o si creino delle tensioni con alcuni giocatori, perché la Società si trovi davanti a scelte difficili. E, nella maggior parte dei casi, la decisione finisce per ricadere sull'allenatore. Credo che rendere solido il rapporto tra un Mister e la Società sia molto difficile, forse persino utopistico. Il fattore vittorie e risultati condiziona inevitabilmente tutto, così come il rapporto con i giocatori. Per me, però, la vera solidità nasce dalla fiducia reciproca, dalla condivisione degli obiettivi e dalla capacità della Società di valutare il lavoro dell'allenatore non soltanto attraverso il risultato della domenica, ma anche attraverso il percorso, l'impegno e le difficoltà che si affrontano durante la stagione.»
«Forse persino utopistico»: pochi allenatori in carica avrebbero il coraggio di scriverlo, e nessuno con tanta pacatezza. Tredici cambi su diciannove gli danno ragione; la sua conferma, per ora, gli dà torto. Ce lo auguriamo per un pezzo.
Nei dilettanti si allena la sera, dopo il lavoro, con ragazzi che hanno famiglie, turni, esami. Qual è la parte più umana del Suo mestiere, quella che nessun risultato racconta?
«Ho sempre dato molta importanza al lato umano all'interno di una squadra, perché credo che prima di essere calciatori siamo tutti persone, con una famiglia, un lavoro e impegni che vanno rispettati. Allo stesso tempo, ritengo fondamentale rispettare anche chi fa sacrifici importanti per essere presente agli allenamenti e mettere la squadra al primo posto. Per questo, fin dall'inizio della stagione, cerco di essere chiaro con tutti: chi salta un allenamento per impegni personali o lavorativi sa che potrebbe non essere convocato per la partita successiva o ritrovarsi in panchina. Non è una questione di punizione, ma di rispetto verso il gruppo e verso quei ragazzi che rinunciano a una parte della loro vita privata per il bene della squadra. Il mio compito è cercare di essere giusto con tutti, comprendere le esigenze di ciascuno, ma anche mantenere regole che permettano al gruppo di funzionare. Perché una squadra si costruisce non soltanto con il talento, ma anche con la disponibilità, il rispetto e i sacrifici condivisi.»
Ecco il titolo, e anche la regola: comprensione per chi lavora, giustizia per chi rinuncia alla cena per venire al campo. Epperò la panchina, qui, non è un castigo. È una bilancia.
Due sabati difficili: lo zero a tre a Gatteo, poi l'uno a due in casa con il Saline Romagna, nonostante il gol di Magrini che al settantesimo aveva riaperto la partita. Che cosa si dice a uno spogliatoio il lunedì sera? E come si tiene insieme un gruppo quando i risultati non arrivano?
«Fin dall'inizio della stagione ho fissato degli obiettivi ben chiari, che ho fatto appendere all'interno dello spogliatoio: uno da raggiungere al termine del girone d'andata e l'altro alla fine del campionato. Questo ci permette di avere sempre un punto di riferimento e di non perdere di vista il percorso che abbiamo intrapreso, anche quando arrivano sconfitte che potrebbero compromettere il morale e lo spirito del gruppo. Il lunedì sera analizziamo insieme le partite, cercando di individuare gli aspetti positivi, ma soprattutto gli errori che ci hanno portato alla sconfitta. Durante la settimana lavoriamo per correggerli, perché credo che i ragazzi debbano imparare dagli errori e acquisire fiducia nei propri mezzi. Per quanto riguarda la partita contro il Gatteo, ritengo che la sconfitta sia stata meritata. Siamo andati sotto dopo appena cinque minuti e questo ci ha fatto perdere la nostra identità di gioco, impedendoci di reagire nel modo giusto. Contro il Saline Romagna, invece, abbiamo pagato due ingenuità su altrettanti calci piazzati. Sono situazioni sulle quali abbiamo lavorato durante la settimana, perché dobbiamo imparare a essere più attenti e concentrati. Il mio compito è far capire ai ragazzi che una sconfitta non deve cancellare tutto quello che abbiamo costruito. Bisogna analizzarla, imparare e ripartire, mantenendo sempre la fiducia nel lavoro e nel gruppo.»
«Meritata»: una parola che dalle panchine si sente sovente quanto il silenzio di un arbitro che chiede scusa. Nessun alibi, nessun campo pesante, nessun fischio contestato: è il rispetto più grande che si possa portare a chi paga il biglietto. Il tabellino dell'archivio, per la cronaca: a Gatteo tre gol subiti, il primo di Victoir al 15'; col Saline, Ndiaye al 15' e Balducci al 60', inutile il gol di Magrini al 70'.
Quattro punti in quattro giornate: la vittoria nel derby a Riofreddo col gol di Edoardo Magrini al quarto minuto di recupero, l'uno a uno col Cervia United U21, raggiunto al terzo minuto di recupero dopo il gol di Lamesta, poi Gatteo e il Saline. Che squadra ha visto finora, e su che cosa sta lavorando?
«Credo che queste prime quattro giornate abbiano evidenziato una squadra con buone qualità, ma che deve ancora trovare la giusta continuità. La vittoria nel derby di Riofreddo, arrivata al quarto minuto di recupero con il gol di Magrini, e il pareggio con il Cervia United U21, raggiunto nel finale dopo il gol di Lamesta, dimostrano che questo gruppo ha carattere e capacità di lottare fino all'ultimo minuto. Allo stesso tempo, le due sconfitte contro Gatteo e Saline Romagna ci hanno fatto capire che dobbiamo ancora crescere, soprattutto nella gestione dei momenti difficili e nella capacità di mantenere la nostra identità di gioco anche quando le cose non vanno come vorremmo. Stiamo lavorando per diventare una squadra più attenta, compatta e consapevole dei propri mezzi, cercando di limitare gli errori che finora ci sono costati punti. Non voglio che i ragazzi perdano fiducia: quattro giornate sono ancora poche per dare giudizi definitivi, ma sono sufficienti per capire su cosa dobbiamo migliorare. Il nostro obiettivo è costruire una squadra che sappia affrontare le difficoltà senza disunirsi, perché sono convinto che soltanto attraverso il lavoro, la disponibilità e la fiducia reciproca possiamo trovare quella continuità che finora ci è mancata.»
Il gol di Edoardo Magrini al 90+4' resta il primo successo del Vallesavio a Riofreddo nel nostro archivio, e la prima vittoria in trasferta in campionato dopo dodici tentativi a vuoto. Col Cervia, dice il tabellino, Lamesta segnò al 75' e Argnani pareggiò al 93'. Diagnosi precisa, quella del mister, senza anestesia: la continuità è la sola cosa che manca, e lo sa.
Mercoledì 21 ottobre il derby di coppa con l'Alfero a San Piero in Bagno, poi martedì 27 la trasferta di Longiano. Qual è l'obiettivo che vi siete dati per questa stagione?
«Il nostro obiettivo è quello di essere competitivi in ogni competizione e cercare di portare la Vallesavio il più in alto possibile, senza perdere di vista il percorso di crescita che abbiamo iniziato. Mercoledì ci aspetta un derby di Coppa molto sentito contro l'Alfero, una partita che vogliamo affrontare con grande determinazione e rispetto per l'avversario. Poi penseremo alla trasferta di Longiano, perché nel calcio non si può vivere soltanto di una partita, ma bisogna dare continuità al lavoro e ai risultati. Fin dall'inizio della stagione abbiamo fissato degli obiettivi, sia per il girone d'andata sia per la fine del campionato. Non voglio però che diventino un peso per i ragazzi: devono essere uno stimolo a migliorarsi ogni settimana. La cosa più importante è costruire una squadra che abbia una propria identità, che sappia affrontare le difficoltà e che rappresenti la Società con orgoglio. Poi sarà il campo a dirci dove potremo arrivare.»
Il derby di coppa, mercoledì al Campodoni, è finito zero a zero, e ha lasciato fuori tutte e due. Gli obiettivi restano appesi nello spogliatoio, e lì restano segreti: il mister non li dice, e fa bene. Martedì 27, alle 20:30, a Budrio di Longiano, campo «Novelli», si ricomincia.
A Velio Benvenuti va il nostro grazie, e non quello di rito. Ha risposto a tutto, con la testa del dirigente, l'esperienza di tredici anni fra i ragazzi e un cuore che si legge fra le righe; ha messo il suo nome sotto le sconfitte, ha difeso i suoi giocatori senza nascondere gli errori, ha dato merito agli altri. Con noi è stato serio e corretto, e con i tifosi del Vallesavio ancora di più: a loro ha detto la verità, che è il dono più raro che una panchina possa fare. Uomini così fanno onore alla valle.