

A metà partita, nel calcio, si cambia campo. Nessuno protesta: il sole che prima stava alle spalle adesso batte negli occhi, il vento che spingeva ora frena, la porta che si vedeva vicina sta in fondo dall'altra parte, e si gioca lo stesso, perché la regola è uguale per tutti e il secondo tempo non aspetta chi si lamenta. Codesto, a pensarci, è il riassunto di ogni carriera lunga in panchina.
Il calcio di valle ha cambiato campo più volte, da quel gennaio del 1998 in cui Alessandro Visotti prese il patentino. Si giocava, racconta lui, per strada e nei parcheggi; poi sono venuti i regolamenti dei fuori quota, che lui chiama cervellotici, i telefoni che portano il risultato in tasca a fine partita, due campionati fermati da una pandemia. Mutatis mutandis, ogni volta la stessa cosa: buttarsi, e adattarsi. Chi si ferma a rimpiangere il primo tempo, il secondo lo perde.
Ai ragazzi di oggi il giuoco è arrivato già cambiato. Nelle cinque rose che conosciamo l'età media sta poco sopra i ventiquattro anni: la più giovane è la Sarsinate, poco sopra i ventuno, la più esperta l'Alfero, quasi ventinove, con in panchina un mister che di cambi di campo ne ha visti parecchi. Poi ci sono quelli che guardano. Il burdèl dietro la rete non sa niente delle partite in strada di trent'anni fa, e non ha bisogno di saperlo: gli basta vedere qualcuno che corre per il suo paese.
Di stagione in stagione, sul Savio, il tempo sovente cambia campo senza fischio. Epperò qualcosa resta sempre dalla stessa parte: la domenica, o il sabato, che il mister chiama «giornata di gara, intrisa di sacrifici e speranze»; la logistica, il clima e le poche braccia di cui scrive, che quassù sono le stesse di allora; i dirigenti, i custodi e gli accompagnatori che nessuna classifica nomina; il pedatore che si allena di sera e la domenica si rimette la maglia. Eupalla, dea capricciosa, guarda tutti con lo stesso occhio, i vecchi e i nuovi, e non fa sconti a nessuno dei due.
Cambiare campo non è perdere: è restare in partita.