Del pallone, prima che diventasse un'industria, erano padroni quelli che lo prendevano a calci. Lo giocavano sui prati dietro la chiesa, sulle aie battute, nei campi strappati alla collina con la pala e la carriola; lo pagavano di tasca propria, con la colletta al bar e la cena sociale, e se lo raccontavano da sé, la sera, fra un bicchiere e l'altro, ingigantendo i gol come si ingigantiscono le trote. Era un giuoco del popolo, fatto dal popolo, per il popolo. Nessuno aveva bisogno di scriverlo in una carta: bastava guardare chi c'era a bordo campo.
Poi il calcio è salito di piano. Le televisioni, i diritti, gli sponsor con le sigle in inglese: tutto legittimo, per carità, e spesso bellissimo. Ma a forza di salire, il racconto ha dimenticato la cantina. La Terza, la Seconda, la Prima di montagna hanno continuato a giocare ogni domenica senza che nessuno ne tenesse il conto, e un pedatore di Alfero o di Borello poteva segnare il gol della vita e vederselo sparire la sera stessa, come il fumo della piada sulla griglia. Vox populi, vox dei, dicevano i latini: la voce c'era, mancava chi la mettesse per iscritto.
Noi siamo nati per questo, e lo diciamo senza giri di parole. Il calcio è del popolo e al popolo deve tornare. Tornare vuol dire che il risultato del sabato, il marcatore, la classifica, la storia di una società che festeggia un anniversario o che risorge dal fango dell'alluvione, sono beni di tutti e devono essere a disposizione di tutti, subito, gratis, scritti bene. Non per pietà verso i piccoli: per giustizia verso chi fa la fatica vera.
Come ci riusciamo, in una redazione che non ha né l'automobile né il fotografo? Con quello che i nostri nonni avrebbero chiamato un attrezzo e che oggi si chiama intelligenza artificiale. Ecco, non ci vergogniamo di dirlo: ci facciamo aiutare dalle macchine. Leggono in una notte ventuno stagioni di risultati, ritrovano fra centinaia di giocatori quello che ha deciso un derby di quindici anni fa, tengono il conto dei gol mentre noi dormiamo. Sono un acceleratore, come la bicicletta per il postino di montagna: non consegnano la lettera al posto suo, gli fanno fare più strada.
Ma l'attrezzo non va in campo. Epperò, e qui sta il cuore del nostro white paper, ogni riga che leggete passa per mani e occhi di persone: i fatti si controllano uno per uno, le fonti si citano, i numeri vengono dall'archivio e da nessun'altra parte, e niente esce senza che qualcuno in carne e ossa lo abbia letto e firmato. Le macchine lavorano; le persone decidono. È la stessa differenza che passa fra il cronometro e l'allenatore: il primo misura, il secondo capisce.
E poi ci siete voi, che siete la parte che nessuna macchina può fare. La zdaura che fotografa il nipote in porta, il dirigente che conosce a memoria le formazioni del 1998, il tifoso che si ricorda di quel rigore e di chi lo ha tirato alto. Senza di voi questo giornale è un archivio ben tenuto; con voi diventa una comunità che si racconta da sé, come faceva sotto il portico del bar, soltanto con la memoria un poco più lunga. Eupalla, la dea del giuoco, non ha mai abitato negli stadi da sessantamila posti: sta dove si gioca per passione, e al momento ha casa in sei paesi di questa valle.
Il nostro white paper, allora, si scrive in una riga sola. Un calcio fatto dalle persone, con l'aiuto delle macchine, per le persone. Il resto è contorno.
Il pallone è di chi lo calcia. Noi lo riportiamo a casa.