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Il Giornalista
Anno I · N. 6Valle del Savio, venerdì 25 settembre 2026
Editoriale

Il lievito della conoscenza

Ai ragazzi della valle, a quelli che giocano e a quelli che guardano dalla rete: sbagliate, ma ogni cosa una volta sola. È così che cresce il pane, ed è così che si diventa bravi. E il venerdì, da oggi, raccontatecelo voi.

La Redazione25 settembre 2026

Giovani, lo siamo tutti rispetto a qualcuno, e in valle basta fare due conti, di quelli che al bar si fanno sempre. Sarsina ha visto nascere Plauto più di duemila anni fa, e la sua squadra ne compie sessanta. Bagno faceva i bagni caldi già coi Romani, e la Bagnese è del 1969. Ad Alfero i castelli sono del nono secolo e la squadra del 1993: più giovane di qualunque castagno del bosco. Solo a San Piero la faccenda si rovescia, e la Sampierana, coi suoi cent'anni di bianconero, è la nonna della valle. Ma i più giovani di tutti non stanno nelle date di fondazione: stanno in campo con la maglia numero diciotto, e fuori, attaccati alla rete, col telefono in mano.

A loro è dedicato questo venerdì, ed è a loro che vogliamo dire una cosa che a vent'anni nessuno ha voglia di sentirsi dire: sbagliate. Sbagliate il passaggio, la diagonale, lo stop che scappa sulla linea laterale, il rigore all'ultimo minuto dell'amichevole d'agosto. Sbagliate tutto quello che c'è da sbagliare, ma ogni cosa una volta sola. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum, dicevano i latini: sbagliare è da uomini, rifare lo stesso sbaglio è roba del diavolo. Tutta la sapienza del mondo sta nella seconda metà della frase.

Lo sa ogni zdaura di Romagna, che il lievito madre non lo compra: lo custodisce, lo rinfresca, se lo passa di mano in mano, e dentro ci sono tutti gli sbagli di chi l'ha tenuto prima, la pasta rimasta cruda, quella bruciata, quella che non voleva crescere. Nessuna li ha rifatti due volte. Codesto è, ab ovo, il lievito della conoscenza: ogni errore che non si ripete è una cosa in più che sai, e chi ha imparato, uno per uno, tutto quello che non si deve fare, alla fine sa fare ogni cosa. Nessun libero nasce arcigno; lo diventa perché un'ala più svelta l'ha uccellato una volta, e la seconda l'ha trovato al suo posto.

Epperò c'è un lievito anche fuori dal campo, e riguarda i ragazzi che le partite le guardano. Quelli che si danno appuntamento dietro la porta, quelli che la sera rivedono i gol sul telefono e sanno a memoria chi ha segnato nel girone, quelli che il pallone l'hanno appeso al chiodo a quattordici anni e non hanno mai smesso di andarci, al campo. Anche voi sbagliate: il pronostico, il coro, la parola di troppo dalla tribuna, il giudizio affrettato sul compagno di scuola che quest'anno gioca in prima squadra. Va bene così, se la volta dopo lo sapete. Il tifo buono si impara come la diagonale: a forza di vedere quello cattivo, e di non volerlo fare.

Alla valle, invece, chiediamo pazienza, e non una pazienza da melina, di quelle che passano la palla indietro per non rischiare niente. È la pazienza di chi mette in campo un ragazzo sapendo che sbaglierà, e lo rimette la volta dopo per vedere se ha imparato. Sovente, nei paesi, si pretende dal diciottenne quello che non si è mai preteso da sé stessi a trenta; e chi oggi urla dalla rete la notte di Berlino se la ricorda bene, ma dovrebbe ricordarsi anche di quante ne sbagliava lui.

Noi, che di giorni ne abbiamo sette e di errori ne abbiamo già fatti due, sappiamo di cosa parliamo. Per questo il venerdì, da oggi, è dei Boccia: vogliamo sentire le vostre voci, burdèl, non solo i vostri numeri. Il primo gol in prima squadra, la panchina che non passava mai, l'errore che vi ha insegnato qualcosa, la trasferta con gli amici in macchina. Raccontatecelo con un messaggio o con un vocale; se avete meno di diciotto anni, con un sì dei vostri genitori. Samuel Beckett, che di pallone non scrisse ma di vita sì, lo mise in quattro parole: «Fallisci ancora. Fallisci meglio.»

Il microfono, adesso, è vostro.