Giovedì gnocchi, venerdì pesce, sabato trippa: così scandivano la settimana le osterie romane, e così la scandiscono ancora le nonne d'Italia, che del calendario liturgico hanno fatto un calendario di tavola. Il calcio di provincia, che è figlio della stessa gente e della stessa cucina, ha il suo proverbio e non lo ha mai scritto: il martedì si corre, il giovedì palla. Lo scriviamo noi, oggi, perché un giornale serve anche a questo, a mettere nero su bianco le cose che tutti sanno e nessuno ha mai detto.
Del martedì abbiamo già raccontato le gambe di piombo, gli allunghi, la scaletta maledetta a mezza voce. Il giovedì è un'altra faccenda. Al campo si arriva col passo leggero e il borsone che pesa meno, e il pallone, che il martedì era comparso di sfuggita come un parente di passaggio, il giovedì resta a cena e si prende il posto a capotavola. Torello in cerchio, con il più giovane in mezzo a inseguire e i vecchi a irriderlo con la suola; partitella a campo ridotto, pettorine gialle contro pettorine arancioni, e guai a chi perde, che paga da bere; i calci piazzati provati e riprovati, allorché il mister tira fuori dal taccuino lo schema segreto che la domenica, sovente, nessuno ricorderà. È il giorno in cui il pedatore torna burdèl, e il giuoco torna a essere quel che era sull'aia di casa: una palla, due porte di fortuna, e il tempo che non basta mai.
Il venerdì, una volta, era il giorno delle mani in mano: un poco di scarico, la doccia lunga, la cena presto, e a letto con la formazione in testa. Adesso come siano fatte le settimane, a dire il vero, non lo sappiamo più: c'è chi si allena tre sere, chi due, chi il venerdì lo ha trasformato in rifinitura e chi in serata libera, e ogni spogliatoio ha la sua liturgia. Se volete raccontarci la vostra, la redazione è tutta orecchi.
Ma il giovedì migliore di tutti è quello dell'amichevole. Allora sì che è festa vera: al lavoro le ore volano, il capo reparto parla e non lo si sente, alle sei si è già sulla porta con le chiavi in mano. Arrivano gli avversari in pullmino, si stringono mani conosciute, si gioca con la leggerezza di chi non ha niente da perdere e tutto da mostrare al mister. E la settimana, che il lunedì sembrava una salita di montagna, il venerdì mattina si scopre quasi finita.
Di giovedì, per la verità, capita anche di giocare sul serio. L'archivio ne conta venti, di partite ufficiali giocate di giovedì dalle nostre squadre dal 2015/16 a oggi, contro più di mille giocate di domenica: recuperi, turni infrasettimanali, e il pomeriggio di Ognissanti del 2018, quando Sampierana, Vallesavio, Sarsinate e Due Emme scesero in campo tutte insieme mentre il resto d'Italia andava al cimitero coi fiori. E il bilancio di quei giovedì è una di quelle simmetrie che nessun romanziere oserebbe inventare: sette vittorie, sette pareggi, sette sconfitte. Eupalla, di giovedì, non tifa per nessuno. Si siede in tribuna, guarda, e aspetta la domenica come tutti.
Perché il giovedì, a pensarci bene, è il sabato del villaggio del calcio di provincia. Il poeta di Recanati lo aveva capito due secoli fa, senza aver mai visto un pallone: la gioia più piena non sta nella festa, sta nell'attesa della festa. «Questo di sette è il più gradito giorno», scriveva del sabato, «pien di speme e di gioia». Il suo sabato è il nostro giovedì: la domenica è ancora intatta, nessuno ha ancora perso, ogni squadra della valle è ancora in corsa per tutto, e hic et nunc, fra un torello e una partitella, si può ancora sognare il gol che sistemerà la settimana.
A chi stasera torna al campo con la palla sotto il braccio mandiamo il nostro saluto, e un augurio che vale per tutte le categorie: che il giovedì duri un poco di più.
Il giovedì non si vince né si perde: si gioca, e basta.