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Il Giornalista
Anno I · N. 24Valle del Savio, sabato 24 ottobre 2026
Editoriale Homo ludens

Giochiamo, dunque siamo

Prima del pallone c'era il gioco, e prima ancora la voglia di misurarsi. Dall'episkyros dei Greci all'harpastum dei Romani, dalla partita dell'assedio di Firenze del 1530 alle regole di Londra del 1863, fino alla federazione nata a Torino nel 1898: la storia di un bisogno, e di quella stretta allo stomaco che nessun regolamento ha mai abolito.

La Redazione24 ottobre 2026
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Sampierana: il logoSampierana
La Sampierana al completo, nella foto ufficiale della stagione.
Stagione 2025/26 La Sampierana al completo, nella foto ufficiale della stagione.Foto: RomagnaSport

Prima di essere tifosi, prima ancora di essere pedatori, siamo stati giocatori. Lo scrisse nel 1938 uno storico olandese, Johan Huizinga, in un libro dal titolo latino che vale un programma, Homo ludens: il gioco, sosteneva, è più antico della cultura, perché gli animali non hanno aspettato l'uomo per mettersi a giocare. Il cucciolo che finge di mordere il fratello e poi lo lascia andare conosce la regola prima di conoscere la parola. Ab ovo, il giuoco.

Chi lo considera un passatempo da ragazzi sbaglia di grosso. Il gioco, per Huizinga, è libero, ha un suo tempo e un suo luogo, e regole che nessuno impone e tutti accettano: un recinto dove ci si può misurare senza farsi la guerra, si può perdere senza morire e si può ricominciare la domenica dopo. Il campo con le righe bianche, i novanta minuti, l'arbitro col fischietto sono codesto recinto messo in ordine. Agonismo viene dal greco agón, la gara: mettersi alla prova davanti agli altri, e davanti a sé stessi, è il primo mestiere dell'uomo, e il più antico.

Di palla, gli uomini ne hanno presa a calci, a pugni e a manate per secoli prima di mettersi d'accordo. I Greci giocavano all'episkyros, squadra contro squadra, la palla in mano e la linea avversaria da conquistare; i Romani, si pensa, lo fecero proprio e lo chiamarono harpastum, dal greco che vuol dire strappato, portato via. Già nel nome c'è tutto: la palla non si riceve, si strappa. Per un tempo lunghissimo il giuoco della palla fu più zuffa che sport, e sovente le due cose non si distinguevano affatto.

Poi venne Firenze. Il 17 febbraio 1530, con la città stretta d'assedio dalle truppe imperiali di Carlo V, i fiorentini scesero in piazza Santa Croce e giocarono il loro calcio a vista di chi li assediava, accampato sulle colline, come a dire che la città aveva ancora fiato da spendere. Firenze si arrese in agosto. Quella partita, invece, non l'ha più dimenticata nessuno, ed è la prova che il gioco non è una fuga dalla vita: è un modo di dire chi si è, anche col nemico alle porte.

La regola moderna, quella che oggi si gioca anche nei nostri paesi, nacque in una taverna di Londra. Il 26 ottobre 1863, alla Freemasons' Tavern, club e scuole si riunirono e fondarono la Football Association; l'8 dicembre le regole erano approvate, e il Blackheath, che non le voleva così, se ne andò per la sua strada, quella che porta al rugby. Da quella sera calcio e palla ovale non si sono più presi per mano.

In Italia la federazione nacque a Torino nel 1898 e si chiamò, all'inglese, Federazione Italiana del Football; l'8 maggio dello stesso anno, al Velodromo Umberto I, si giocò in un giorno solo il primo campionato, e lo vinse il Genoa. Il nome di oggi, Federazione Italiana Giuoco Calcio, arrivò nel 1909. Si noti la parola: giuoco. La federazione l'ha scritta nel nome più di un secolo fa, e da allora non l'ha più tolta.

E allora lo stomaco. Chi ha giocato, o soltanto aspettato un risultato, conosce quel nodo che si stringe prima del fischio, il vuoto quando l'avversario calcia, la vampata quando la palla entra. Non è un modo di dire: è il corpo che si prepara alla lotta, con l'adrenalina che accelera il cuore e il respiro come se dietro quella palla ci fosse ancora la caccia. Passione viene dal latino passio, da patire: chi si appassiona accetta di soffrire per qualcosa che non gli dà né pane né denaro. Non è follia. È la prova che quella cosa lo riguarda.

Ed eccoci ai nostri campi. La Sampierana gioca dal 1926 e quest'anno compie cento anni; e ognuna delle altre ha il suo paese, il suo campo e la sua gente. Nessuno li obbliga. Il goleador di Terza Categoria e il portiere di Promozione fanno, il sabato e la domenica, la stessa cosa che facevano i fiorentini in Santa Croce e i burdèl di ogni tempo in un prato qualunque: si mettono alla prova, epperò dentro una regola. Eupalla, che è dea capricciosa, li guarda tutti allo stesso modo.

Si gioca per sapere chi siamo.